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COSA E’ LA PROSTATA? DA QUALI PROBLEMI PUO’ ESSERE COLPITA E COSA FARE PER DIAGNOSTICARLI.

COSA E’ LA PROSTATA? DA QUALI PROBLEMI PUO’ ESSERE COLPITA E COSA FARE PER DIAGNOSTICARLI.

La prostata è una ghiandola che fa parte dell’apparato uro-genitale maschile. Possiamo immaginarla come una sorta di imbuto rovesciato più o meno delle dimensioni di una castagna, divisa al centro dall’uretra – il tubicino che permette all’urina contenuta nella vescica di essere convogliata verso l’esterno –  che la attraversa in verticale per poi proseguire lungo tutto il pene. La ghiandola prostatica si trova quindi proprio tra la vescica, che la sovrasta, e il pene, che la segue, mentre l’intestino retto si trova nella parte retrostante. Inglobando in sé una parte di uretra (che infatti viene definita prostatica), questa ghiandola importantissima per la funzione riproduttiva dell’uomo, incorpora la porzione terminale del dotto deferente che a sua volta si fonde nei dotti eiaculatori di destra e di sinistra.

 

PATOLOGIE PRINCIPALI

Le patologie che colpiscono la prostata hanno gradi diversi di gravità. Di seguito saranno presentate dalla più innocua a quella più grave.

Iperplasia prostatica benigna (BPH): negli uomini over 50-60 può verificarsi un ingrossamento della ghiandola prostatica, condizione in grado di ostacolare l’atto della minzione. Tra i sintomi ci sono il dolore mentre si urina, ma soprattutto uno stimolo urgente e frequente alla minzione, un campanello d’allarme da non trascurare, specialmente se si verifica durante la notte (nicturia) costringendo chi ne soffre ad alzarsi più volte per andare in bagno. L’iperplasia (o ipertrofia) prostatica benigna, definita anche adenoma prostatico, si cura con i farmaci (Alfa bloccanti per rilassare la muscolatura della prostata o inibitori dell’alfa reduttasi per abbassare i livelli di testosterone sì da migliorare la capacità di contrarsi della ghiandola e facilitare il passaggio del flusso urinario), o, qualora necessario, con la chirurgia.

Prostatite:come intuibile dalla parola, si tratta dell’infiammazione della ghiandola prostatica, che a sua volta può avere cause diverse. Spesso è originata da germi infettivi (tipicamente batteri) e quindi curata con antibiotici. Altre possibili cause sono traumi alla zona pelvica, o danni ai nervi del tratto urinario. È più comune negli uomini over 50 e purtroppo presenta un alto rischio di recidive. I sintomi principali di questa infiammazione sono:

  • Dolore o bruciore durante la minzione (disuria)
  • Sensazione di non riuscire a svuotare completamente la vescica
  • Stimolo alla minzione più frequente del normale, soprattutto durante la notte
  • Urine torbide e maleodoranti, talvolta con tracce di sangue (ematuria)
  • Dolore al basso ventre o nella zona perineale (situata tra il retto e lo scroto)
  • Dolore durante l’eiaculazione

Cancro della prostata: si tratta del tumore maligno che colpisce con maggior incidenza gli uomini, un po’ come il tumore al seno per le donne. Fortunatamente, però, il carcinoma prostatico si può curare molto bene soprattutto se scoperto in fase precoce. A tal proposito, però, occorre precisare che questo tipo di neoplasia in stadio iniziale è praticamente asintomatica, questa è la ragione per cui è cruciale, per gli uomini over 50, effettuare regolari controlli e i test ematici consigliati che a breve vedremo, per scoprire anche in assenza di sintomi un cancro prostatico ai suoi esordi. Vediamo comunque i sintomi che questa neoplasia può determinare, e quindi quando è il caso di preoccuparsi:

  • Stimolo frequente e impellente ad urinare, soprattutto di notte (nicturia)
  • Difficoltà a controllare lo stimolo alla minzione, con effetti di incontinenza
  • A volte il getto di urina appare debole, oppure si interrompe durante l’atto
  • Dolore o bruciore quando si urina
  • Disfunzione erettile
  • Dolore durante l’eiaculazione e volume spermatico scarso
  • Sangue o liquido seminale nelle urine
  • Dolore al basso ventre o alla zona lombare della schiena

ESAMI DA FARE:

 

Preservare la salute della prostata significa necessariamente sottoporsi a regolari controlli, specialmente dopo la mezza età. Vediamo quali sono i test e gli esami consigliati per individuare tempestivamente eventuali anomalie, disfunzioni o patologie vere e proprie che possono colpire questa importante ghiandolina:

  • PSA (Antigene prostatico specifico): è un esame del sangue che va a rilevare i livelli di una proteina prodotta unicamente dalla prostata. I livelli normali vanno da 0,0 a 4.0 ng/ml (nanogrammi per millilitro di sangue), ma possono aumentare per diverse cause, tra cui tumori, iperplasia prostatica benigna, e prostatite
  • PSA libero. Nel sangue la proteina PSA si trova normalmente sotto forma di composti, quindi legata ad altre sostanze, non “libera” se non in minime concentrazioni. Tuttavia, in presenza di un tumore maligno, questi valori scendono ancora di più. Per tale ragione, quando il test PSA fornisce dati “sospetti”, ovvero livelli molto alti della proteina nel sangue, il medico prescrive anche il dosaggio del PSA libero che verrà rapportato all’altro. I valori normali, quindi non patologici, sono i seguenti: PSA libero/PSA totale maggiore di 0,20%. Valori inferiori a questa percentuale possono indicare la presenza di un cancro, valori superiori, invece, una iperplasia prostatica benigna
  • Esplorazione digito-rettale (DRE): il medico andrologo o l’urologo controllano manualmente le condizioni della prostata introducendo un dito attraverso il retto. Questa esplorazione permette di scoprire un ingrossamento, la presenza di noduli o una prostatite
  • Ecografia prostatica transrettale. Esame ecografico che permette di valutare la morfologia della prostata e quindi di rilevare una dilatazione o eventuali neoformazioni.
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HPV – Papillomavirus

L’HPV: che cosa è? come si contrae e che rischi comporta?

 

L’HPV, o Human Papilloma Virusè un virus che infetta pelle e mucose, nello specifico in zone come vulva, cervice, vagina, ano ma anche gola e bocca. Ne esistono circa 150 tipologie differenti, che generalmente il nostro sistema immunitario riesce a combattere, e di cui 30 sono sessualmente trasmissibili.
Tra queste, circa 12 tipologie di HPV sono definite a “basso rischio” (i più comuni sono HPV6 e HPV11) e sono spesso causa dei condilomi, delle escrescenze molli di pelle che compaiono nelle zone genitali sia maschili che femminili. I condilomi appaiono proprio quando il nostro sistema immunitario non riesce a fronteggiare da solo il virus, e ci avverte tramite queste escrescenze che, nella maggior parte, dei casi scompaiono da sole, altrimenti necessitano di un trattamento adeguato.
Esistono poi circa 15 tipologie di HPV ritenute ad “alto rischio,due delle quali (HPV 16 e 18) si sono rivelate i principali responsabili dell’evoluzione tumorale dell’infezione a differenza dei ceppi a basso rischio, che provocano tipicamente lesioni genitali a minor rischio di trasformazione maligna.

Il tumore della cervice uterina oggi e’ l’unica forma di neoplasia riconosciuta come totalmente riconducibile a un’infezione. Il virus Hpv è implicato inoltre nella patogenesi di altri tumori in sede genitale (vulva, vagina, ano, pene) ed extragenitale (cavità orale, faringe).

L’infezione si manifesta tipicamente con la comparsa di verruchein sede genitale su cervice uterina, vulva, vagina, perineo o ano, oppure extragenitale a livello di naso, bocca o laringe.

Trasmissione del papilloma virus: quali sono le cause del contagio da HPV

Il papilloma virus si trasmette per lo più tramite rapporti sessuali completi, motivo per cui le donne vergini, a cui può essere somministrato il vaccino con più efficacia, sono meno soggette al papilloma virus. É stata teorizzata la possibilità che il contagio avvenga anche tramite lo scambio di biancheria intima infetta e nel momento del parto, ma ad oggi non ci sono dati a supporto. La trasmissione dell’HPV avviene generalmente per rapporti sessuali di natura:
genitale-genitale
-ano-genitale
-oro-genitali
-oro-anali
-manuali-genitali
-contatto dei genitali esterni
I rapporti più a rischio sono quelli genitali-genitali e ano genitali, negli altri le possibilità di contrarre il virus sono lievemente ridotte. Tra i vari metodi contraccettivi, il preservativo protegge solo in parte dal contagio perché è stato studiato che la trasmissione del virus può avvenire anche dall’asta del pene, dal perineo o dall’inguine. É comunque importante usare il preservativo, sia per l’HPV, sia per altre malattie sessualmente trasmissibili.

Sintomi

Occasionalmente queste lesioni possono manifestarsi come escrescenze grandi anche qualche centimetro dall’aspetto simile alla cresta di un gallo, in questi casi si parla di condilomi acuminati. Spesso innocui, in alcuni casi le verruche e i condilomi possono provocare pruritofastidio e dolore di lieve entità. La presenza di condilomi o verruche è comune e non dev’essere associata a un maggiore rischio di insorgenza tumorale.

Per quanto riguarda i sierotipi ad alto rischio: le infezioni sostenute da questi virus danno luogo a manifestazioni subcliniche, non identificabili ad occhio nudo ma apprezzabili attraverso esami specifici. I sintomi del tumore al collo dell’utero possono essere del tutto assenti, oppure così lievi e sfumati da passare completamente inosservati.

Mano a mano che il cancro alla cervice uterina progredisce, e le possibilità di cura diminuiscono, possono comparire i tipici sintomi della malattia: sanguinamenti dopo un rapporto sessuale e leggero dolore durante lo stesso, perdite vaginali acquose o sanguinolente, talvolta di odore sgradevole, dolore alla regione pelvica, sanguinamenti vaginali al di fuori del periodo mestruale o dopo la menopausa.

Anche le altre formi tumorali correlate all’infezione da Hpvpossono svilupparsi in assenza di segni o sintomi, che insorgono tipicamente solo quando raggiungono uno stadio avanzato difficile da trattare.

 

Diagnosi

La strategia di base per l’individuazione precoce delle lesioni da Hpv (prevenzione secondaria) sono i programmi di screening (con Pap-Test o Hpv-Test). Lo strumento di diagnosi e di prevenzione ad oggi più utilizzato consiste nel Pap-Test.

 

Vaccino papilloma virus: chi può farlo e effetti collaterali annessi

Il vaccino per il papilloma virus non è adatto a tutte le donne perché è stato rilevato che si dimostra efficace maggiormente sulle donne che non sono estate mai esposte ad alcun rischio, quindi che non abbiano mai avuto alcun tipo di rapporto sessuale. Ad oggi, in realtà, esistono solo due tipologie di vaccini per il papilloma virus: il Gardasil e il Cervarix, entrambi contro il tumore del collo dell’utero. Nello specifico, il Gardasil è più efficace per le due tipologie di HPV ritenute a “basso rischio”, ovvero l’HPV6 e 11, mentre il Cevarix protegge dai virus HPV16 e 18, che causano il 70% dei tumori al collo dell’utero. Il problema è che non è dimostrato che questi vaccini siano efficaci sulle infezioni da HPV già contratte.

 

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Infezioni Urinarie

LE INFEZIONI URINARIE: COSA SONO, COSA LE CAUSA E COME RISCONTRARLE

Le infezioni urinarie sono le infezioni a carico delle strutture anatomiche che formano il cosiddetto apparato urinario, cioè: reniureterivescica e uretra.
Nel definire le varie infezioni urinarie, i medici parlano di uretrite quando l’infezione urinaria è limitata all’uretra, di cistite quando il processo infettivo interessa la vescica, di ureterite quando l’infezione ha sede in uno degli ureteri e di pielonefrite quando l’infezione riguarda uno dei reni .

SINTOMI GENERALI
– disuria

bisogno impellente di urinare

dolore al basso addome

-necessità di urinare spesso

-produzione di urina maleodorante e torbida

incapacità di svuotamento completo della vescica

-febbre (in caso di infezione acuta)

 

CAUSE

Un’infezione urinaria trae origine nel momento in cui una colonia di agenti patogeni in genere batteri, più raramente funghi e virus – invade in modo massiccio l’uretra e, da qui, comincia a risalire verso la vescica e i distretti successivi dell’apparato urinario.

 

QUALI SONO GLI AGENTI PATOGENI PIÙ COMUNI DELLE INFEZIONI URINARIE?

Le infezioni urinarie acquisite in ambiente comunitario sono dovute a: il batterio Escherichia coli (o E. coli), nell’80-85% dei casi; il batterio Staphylococcus saprophyticus, nel 5-10% dei casi; infine, a un fungo o un virus, nella percentuale che rimane.
Per quanto concerne invece le infezioni urinarie acquisite in ambiente sanitario, la situazione è ben diversa; infatti, queste infezioni dipendono da: Escherichia coli, in un 27% dei casi; il batterio Klebsiella, in un 11% dei casi; il batterio Pseudomonas, in un altro 11% dei casi; il fungo Candida albicans, in un 9% dei casi; il batterio Enterococcus, in un 7% dei casi; infine, batteri e funghi diversi dai precedenti, nella percentuale rimanente.

Parliamo in particolare della cistite…

La cistite è una fastidiosa infiammazione (flogosi) della mucosa vescicale. Colpisce prevalentemente il sesso femminile e spesso si accompagna ad un bisogno continuo e doloroso di urinare.

Il processo infiammatorio a carico della vescica può essere acuto, subacuto o cronico.

L’infiammazione è causata da batteri che popolano l’ultimo tratto dell’intestino, fra cui in prima linea il colibacillo, o da altri patogeni. Tali germi possono raggiungere la vescica dall’esterno, passando attraverso l’uretra, o dall’interno per propagazione da organi vicini, o ancora per via ematica.
La cistite insorge talvolta senza sintomi o cause evidenti, altre volte è secondaria a pratiche anticoncezionali o a rapporti sessuali.

DIAGNOSI INFEZIONI URINARIE

La diagnosi è basata, oltre che sull’analisi dei sintomi riportati dal paziente, sull’ esame specifico delle urine. Un livello di contaminazione vescicale minimo, fino a 10.000 colonie per ml, è considerato normale. Una concentrazione superiore a 100.000/ml potrebbe essere la conseguenza di un’infezione batterica in corso (come ad esempio la cistite), a condizione che l’analisi sia stata eseguita sulle urine intermedie e con una tecnica procedurale adeguata. Si parla in questi casi di batteriuria.

Rilevata una concentrazione batterica anomala si procede con l’urinocultura e l’antibiogramma, un esame necessario per testare la sensibilità della colonia batterica ai vari antibiotici.


Se da queste procedure diagnostiche emerge la necessità di approfondire ulteriormente la situazione, risultano utili (se non indispensabili) anche un esame di imaging (es: uro-TACrisonanza magnetica dell’apparato urinario e/o ecografia dei reni) e la cistoscopia.

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Il Colesterolo

IL COLESTEROLO: CHE COSA E, PERCHE’ E’ IMPORTANTE DOSARLO?

Il colesterolo è un grasso che deriva sia dall’alimentazione che dalla sintesi endogena.

Gli alimenti ad alto contenuto di colesterolo sono quelli di origine animale, generalmente ricchi di grassi saturi come uova, burro, carni, salumi, formaggi ed alcuni crostacei.

Circa l’80-90% del colesterolo totale viene prodotto autonomamente dal nostro organismo, soprattutto dal fegato, ma anche dal surrene e dalle ghiandole sessuali.

La sua funzione è legata alla sintesi di alcuni ormoni, della vitamina D ed è un costituente della membrana cellulare. Mantenere valori normali di colesterolo è fondamentale per prevenire malattie cardiovascolari.


Qualunque sia la sua origine, l’ipercolesterolemia è caratterizzata da una concentrazione di colesterolo nel sangue (colesterolemia) superiore al valore normale.

<200 mg/dl

Colesterolemia normale

200-249 mg/dl

Ipercolesterolemia lieve

250-299 mg/dl 

Ipercolesterolemia moderata

>299 mg/dl 

Ipercolesterolemia grave

COLESTEROLO BUONO E CATTIVO

Essendo il colesterolo un lipide, è scarsamente solubile in acqua e per essere trasportato nel torrente circolatorio necessita, pertanto, di legarsi a specifiche lipoproteine. Il colesterolo si lega soprattutto alle lipoproteine a bassa densità o LDL (il cosiddetto colesterolo cattivo). Si calcola infatti che circa il 60-80% del colesterolo totale sia legato alle LDL.

Il colesterolo in eccesso legato a tali lipoproteine tende ad accumularsi sull’endotelio delle arterie, formando aggregati sempre più densi fino a generare delle vere e proprie placche, dette ateromi.

Queste placche fanno perdere la naturale elasticità delle arterie e possono causare gravi danni soprattutto al cuore (infarto) o al cervello (ictus).

Il colesterolo buono è invece rappresentato dalle HDL (lipoproteine ad alta densità) che ripuliscono le arterie catturando il colesterolo in eccesso e trasferendolo ai tessuti (soprattutto al fegato), dove viene smaltito.

Più è alto il livello di HDL nel sangue e minore sarà il rischio di sviluppare l’aterosclerosi e tutte le altre conseguenze negative dell’ipercolesterolemia.

QUALI ANALISI EFFETTUARE E PERCHE’

La misura dei livelli di colesterolo nel sangue (colesterolemia) è uno degli esami che vengono prescritti con maggiore frequenza per valutare lo stato di del sistema circolatorio di una persona.

Il colesterolo totale esprime la quantità complessiva di colesterolo contenuto nelle varie lipoproteine (LDL + VLDL + HDL). Si considera normale un valore inferiore ai 200 mg/dl di sangue.
Oltre alla colesterolemia totale, è importante misurare anche la quantità dei due tipi principali di colesterolo, ossia le frazioni LDL e HDL (il valore ideale di HDL è uguale o maggiore di 50 mg/dl di sangue: più ce n’è in circolo, più il rischio di disturbi circolatori si riduce)
Il rapporto tra il valore del colesterolo totale e quello dell’HDL indica, poi, il rischio di eventi cardiovascolari che una persona corre. Il numero che si ottiene dovrebbe essere inferiore a 5 per l’uomo e a 4,5 per la donna.
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L’IMPORTANZA DI UN CHECK UP CARDIOLOGICO PER PREVENIRE E/O DIAGNOSTICARE IN TEMPO LE PATOLOGIE DEL CUORE

Il cuore è l’organo vitale più importante del nostro corpo o, come viene definito da molti, il motore della vita. Sono molte le patologie che possono colpire il muscolo cardiaco così come anche altre aree dell’apparato cardiocircolatorio, causando problemi e alterando la qualità della vita. Inoltre è bene ricordare che per il cuore aumenta il rischio con l’avanzare dell’età e nel caso in cui si adottino alcune abitudini di vita (fumo, obesità).
 
Per questo è fondamentale averne cura seguendo appositi percorsi dedicati alla prevenzione e alla diagnosi precoce come il Check up cardiologico, uno screening completo composto da visite ed esami che verificano le funzionalità dell’apparato cardiocircolatorio.


Quando e chi è più interessato a effettuare controlli cardiaci?


E’consigliato agli uomini che hanno compiuto 40 anni e alla donne che ne hanno 50. E’ rivolto in particolare a persone che presentano fattori di rischio come: diabete, ipertensione arteriosa, dislipidemia, dipendenza da fumo, obesità, esposizione a forti fattori di stress, menopausa e omocistinemia.
 

Alcuni dei principali campanelli d’allarme:

-senso di oppressione al centro del petto;

-mancanza di fiato (dispnea) soprattutto quando si assume una posizione distesa;

-battiti del cuore accelerati (soprattutto quando il battito aumenta spesso, all’improvviso e senza motivo);

-sbalzi della pressione arteriosa che possono provocare mal di testa improvvisi;

 Il check up mira allo studio e diagnosi delle patologie cardiovascolari:

Ipertensione Arteriosa
Cardiopatia ischemica
Scompenso Cardiaco
Miocardiopatie

 In genere un percorso di prevenzione cardiologica completo comprende:

Esami di laboratorio ad ampio spettro(dosaggi di Troponina, CK-MB, Mioglobina, Proteina C Reattiva, BNP, Fibrinogeno, Emogasanalasi, Elettroliti, Emocromo completo)
Elettrocardiogramma a riposo
Visita internistica  
Ecocardiogramma (fondamentale in tutti i casi in cui si vuole approfondire un sintomo, la dispnea per esempio o un segno, soffio cardiaco o aumento delle dimensioni delle camere cardiache)
Eco-color-doppler dei tronchi sovraortici e dei grossi vasi addominali
Eco-color-doppler arterioso arti inferiori
Ecografia addominale completa
Ecografia della tiroide
Visita cardiologica
Test da sforzo (soprattutto in presenza di dolore toracico)
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Sclerosi Multipla

La sclerosi multipla è una malattia neurodegenerativa demielinizzantecioè con lesioni a carico del sistema nervoso centrale

Nella sclerosi multipla si verificano un danno e una perdita di mielina in più aree (da cui il nome «multipla») del sistema nervoso centrale. Numerose evidenze sia cliniche che sperimentali indicano che alla base della SM vi è una reazione del sistema immunitario che scatena un attacco contro la mielina. Tale attacco consiste in un processo infiammatorio che colpisce aree circoscritte del sistema nervoso centrale e provoca la distruzione della mielina e delle cellule specializzate, gli oligodendrociti, che la producono. Queste aree di perdita di mielina (o «demielinizzazione») dette anche “placche”, possono essere disseminate ovunque negli emisferi cerebrali, con predilezione per i nervi ottici, il cervelletto e il midollo spinale.

CAUSE E SOGGETTI A RISCHIO

Gli studiosi ritengono che la sclerosi multipla sia una malattia multifattoriale, cioè causata da vari fattori. Tra i fattori ritenuti determinanti nella patogenesi della malattia, vi sono il sesso (è più frequente nel sesso femminile), l’etnia (è più frequente nella razza caucasica), l‘ambiente (è più frequente nel Paesi con clima freddo). In Europa, ad esempio, l’incidenza della sclerosi multipla aumenta da sud verso nord.
La sclerosi multipla non è ereditaria, nel senso che non viene trasmessa geneticamente ai figli. Tuttavia, esiste una predisposizione genetica in quanto vi sono studi che hanno evidenziato come figli di genitori con sclerosi multipla o parenti stretti di persone con sclerosi multipla abbiano una maggiore probabilità di sviluppare questa patologia.
Alcune ricerche suggeriscono, inoltre, che l’esposizione ad alcuni virus possa stimolare il sistema immunitario e favorire l’insorgenza della sclerosi multipla.

Chiunque può ammalarsi di sclerosi multipla, ma è più frequente che ciò avvenga tra i 20 e 50 anni di età. Nelle donne la probabilità è doppia rispetto agli uomini. Nel mondo, si contano circa 2,5-3 milioni di persone con sclerosi multipla, di cui 450.000 in Europa e circa 65.000 in Italia.

La sclerosi multipla è una patologia che si manifesta in modo diverso in ogni individuo. La malattia può rimanere clinicamente silente e non essere diagnosticata per anni. Vi sono persone che, dopo la diagnosi, possono rimanere per anni senza recidive, quindi senza progressione della disabilità, mentre altre possono manifestare episodi acuti ravvicinati o una rapida progressione della malattia.

Diagnosticare la sclerosi multipla e iniziare il più presto possibile la cura è il modo migliore per gestire la malattia. Oggi sono disponibili numerosi trattamenti, approvati dalle autorità sanitarie, che modificano il decorso della malattia e aiutano a controllarne i sintomi.

 

• Sintomi più comuni
I sintomi più frequenti nella SM sono: fatica, disturbi della sensibilità, disturbi visivi, dolore, disturbi sessuali, spasticità, disturbi vescicali, disturbi intestinali, disturbi cognitivi, depressione, disturbi della coordinazione (atassia, tremore), disturbi del linguaggio (disartria), disturbi parossistici.

 

• Sintomi meno comuni
Questi sintomi si verificano con una frequenza minore rispetto ai sintomi comuni. Nonostante ciò il loro trattamento e la loro gestione è estremamente importante ai fini di assicurare una buona qualità di vita.
Disturbi della deglutizione, cefalea, perdita dell’udito, epilessia, problemi respiratori.

Al momento non è disponibile un singolo test in grado di confermare in modo certo e indiscutibile la diagnosi di SM. La diagnosi viene formulata dal medico sulla base di questi elementi:

1. Sintomi riferiti dal paziente
2. Esame neurologico
3. Analisi strumentali (RM- potenziali evocati)
4. Analisi biologiche (sangue e liquido cerebrospinale)

 

ESAMI DEL SANGUE CONSIGLIATI

Non esistono esami del sangue specifici per la diagnosi della SM. Tuttavia, dopo l’esame obiettivo e aver ottenuto l’anamnesi del paziente, si può prescrivere una serie di analisi del sangue nell’ottica di una diagnosi differenziale, cioè mirata ad escludere la presenza di malattie i cui sintomi potrebbero essere sovrapponibili a quelli della SM. Tra questi abbiamo:

-Dosaggio anticorpi anti-nucleo

-Test degli indici infiammatori (malattie del connettivo)

-Dosaggio vitamina B12 (per le sindromi carenziali)

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SCLERODERMIA

 

E’ una patologia cronica del tessuto connettivo, a eziologia sconosciuta, in cui vi è la contemporanea presenza di anomalie del sistema immunitario e di alterazioni del distretto vascolare.

E’ caratterizzata da fibrosi (ispessimento) della cute e degli organi interni, alterazioni dei vasi di piccolo calibro e anomalie del sistema immunitario.

La sclerodermia esordisce nella maggior parte dei casi con il fenomeno di Raynaud, consistente nel cambiamento di colore delle estremità, che diventano dapprima pallide, poi cianotiche e infine di colore rosso.

Sulla base dell’interessamento cutaneo si distinguono forme di SCLERODERMIA LIMITATA (impegno cutaneo limitato a mani e avambracci con minore impegno d’organo ed evoluzione più lenta) e DIFFUSA (impegno cutaneo esteso oltre gli avambracci, generalmente con impegno d’organo più severo ed evoluzione più rapida).

Quali sono gli esami più utili per la diagnosi?

Gli esami del sangue più utili alla diagnosi di sclerodermia sono rappresentati:

1) dalla ricerca degli auto-anticorpi, in particolare quelli anti-centromero caratteristici della sclerosi sistemica limitata e quelli anti-topoisomerasi I (Scl-70), tipici della sclerosi sistemica diffusa;

2) dalla valutazione degli indici di infiammazione come la velocità di eritrosedimentazione (VES) e la proteina C reattiva (PCR).

Le indagini strumentali per valutare il grado di estensione della malattia sono la capillaroscopia, la radiografia dell’esofago con il mezzo di contrasto e la radiografia del torace. Si possono utilizzare altri esami in base al problema del paziente, in modo da ottenere il maggior numero di informazioni (ad esempio elettrocardiogramma, ecocardiogramma, tac polmonare e spirometria).

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Intolleranze e Allergie Alimentari – Allergie

 

INTOLLERANZE ALIMENTARI
Un’intolleranza alimentare è una reazione avversa dell’organismo verso determinati cibi e si differenzia dall’allergia alimentare che invece dipende dall’attivazione anomala del sistema immunitario con i suoi anticorpi. Inoltre è meno severa rispetto ad una reazione allergica e si manifesta gradualmente con proporzionalità diretta alla quantità dell’alimento che viene ingerita.
Esistono diverse tipologie di intolleranze alimentari. Quelle enzimatiche sono determinate dall’incapacità di metabolizzare alcune componenti dei prodotti alimentari. La più comune intolleranza enzimatica è quella al LATTOSIO contenuto nel latte; la forma più comune di intolleranza è quella al grano e prende il nome di CELIACHIA.
CAUSE INTOLLERANZE ALIMENTARI
-predisposizione alle intolleranze trasmessa per via ereditaria
-stress
-dieta squilibrata
-alterazioni della flora batterica intestinale
SINTOMI E SEGNI PIU’ COMUNI DELLE INTOLLERANZE ALIMENTARI
-acne
-anoressia
-astenia
-aumento dell’appetito
-aumento di peso
-bolle sulla lingua
-capogiri
-cattiva digestione
-colica
-crampi allo stomaco (o stomaco gonfio)
-diarrea
-dolore addominale (gonfiore, gorgoglio)
-nausea
-prurito
-rigurgito acido
-stitichezza

ALLERGIE ALIMENTARI
Si parla di allergia alimentare quando una o più sostanze contenute in un alimento vengono riconosciute come potenzialmente pericolose dall’organismo stesso e di conseguenza il sistema anticorpale scatena una risposta immunitaria spesso violenta. A differenza delle intolleranze sono dose-indipendenti.
CAUSE ALLERGIE ALIMENTARI
-esposizione continua all’allergene
-ereditarietà
-agenti ambientali
-patologie virali
-immunosoppressione
-malassorbimento della mucosa gastro-intestinale
SINTOMI PIU’ COMUNI DELLE ALLERGIE ALIMENTARI
-dolori di stomaco
-gonfiore della cute
-asma
-tosse
-edema
-diarrea
-nausea-vomito
-ipotensione
-emicrania
-otite

ANALISI DI LABORATORIO DA EFFETTUARE PRESSO IL NOSTRO LABORATORIO PER DETERMINARE ALLERGIE E INTOLLERANZE ALIMENTARI
-PRIST TEST (o dosaggio delle IgE totali sieriche): indaga la quantità di anticorpi implicati nelle reazioni allergiche (IgE) senza stabilirne la natura che potrà essere ulteriormente indagata attraverso ad esempio il RAST TEST.
-RAST TEST (o dosaggio delle IgE specifiche): è un esame del sangue utile ad evidenziare se una persona soffre di un’allergia e per determinare verso quale sostanza specifica risulta suscettibile (es. polline, acari, muffe, lattice, allergeni alimentari…)

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Biologo Nutrizionista Dott. Pasquale Turiello

 

Mi presento sono Pasquale Turiello, nutrizionista laureato in scienze della nutrizione umana, iscritto all’albo dei biologi in costante aggiornamento per fornire servizi sempre più aggiornati ed innovativi.

Oggi giorno ci imbattiamo costantemente su quello che ormai è un chiodo fisso nella nostra quotidianità ovvero cosa mangiare.

Sono molti i dubbi che ci assalgono mentre prepariamo un pranzo o una cena ad esempio farà male alla linea? E con i grassi come la mettiamo?

Ho il colesterolo un pò alto, farà male?

Il mio approccio nel preparare il piano alimentare è molto diverso rispetto a quelli che sai leggevano parecchi anni addietro, io miro più ad un’educazione alimentare dove impareremo a gestire tutti quegli eventi che fanno parte della nostra vita, come feste di compleanni, uscite con amici anche perché sono fermamente convinto che un piano alimentare di successo deve essere tutt’altro che pesante e noioso.

la mia visita si sviluppa in varie fasi, la prima sarà la compilazione di un questionario alimentare dove prenderò coscienza di quelle che sono le vostre abitudini ed anche i vostri gusti in modo da stilare la dieta, che dieta non è, su misura per voi.

Dopodiché si procederà con analisi antropometrica quindi peso, altezza, circonferenze, ed infine con l’analisi impedenziometrica in modo da valutare parametri come idratazione quantità di massa magra e grassa, metabolismo basale e fabbisogni giornalieri.

Il mio metodo è rivolto a tutte le tipologie di esigenze, da chi vuole semplicemente perdere peso, agli sportivi, ma anche chi ha patologie come colesterolo, glicemia, triglicerdi alti e che ha una patologia oncologica o altro.

Per ognuno ci sarà un approccio diverso.

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Patologia Tiroidea

 

LA PATOLOGIA TIROIDEA MULTINODULARE (GOZZO O STRUMA MULTINODULARE)
Il gozzo multinodulare della tiroide (struma tiroideo) è una delle patologie tiroidee più frequenti, e consiste in un aumento volumetrico della tiroide, che può essere a sua volta di tipo diffuso (gozzo diffuso) o nodulare (gozzo uninodulare o multinodulare).

EPIDEMIOLOGIA
L’incidenza del gozzo dipende molto dalla quantità di iodio introdotto con la dieta nella popolazione. Il fabbisogno giornaliero è 150 μg (per gli adulti), 90 μg (nei neonati) e 200 μg (nella gravidanza). 
Lo iodio viene assunto con l’alimentazione (sale, pesce) e con l’aria, ed in base alla sua disponibilità nell’ambiente si possono distinguere aree con discreta disponibilità di iodio (aree non endemiche per gozzo) ed aree con scarsa disponibilità di iodio (aree di endemia gozzigena).
 Le aree con maggior carenza iodica sono le zone di alta montagna (Alpi, Ande, Himalaia) e sono divise in diversi gradi di gravità in base allo iodio presente nelle urine (iodiuria) e alla prevalenza del gozzo.
 L’incidenza del gozzo nelle aree di endemia di grado lieve può variare dal 10 al 30% della popolazione; nelle aree di grado moderato dal 20 al 50%; nelle aree di endemia grave fino a più del 50%.
 Nelle regioni non endemiche per gozzo, invece, la prevalenza del gozzo multinodulare è inferiore al 4%.
 Tuttavia, i risultati delle più moderne tecniche ultrasonografiche (ecografia) e degli studi autoptici, hanno dimostrato che questi dati sottostimano la reale incidenza del gozzo.
Il carcinoma della tiroide è presente solo in una piccola percentuale di noduli tiroidei (0.3%).
Pertanto il riscontro di un nodulo alla tiroide non deve far pensare necessariamente alla presenza di un tumore. Inoltre, il carcinoma tiroideo è un tumore solitamente associato ad una lenta crescita e ad una bassa aggressività tanto che, talvolta, i carcinomi di piccole dimensioni (microcarcinomi) possono addirittura rimanere silenti e non dare segno di sé per tutta la vita (carcinoma occulto).
Per questo motivo, è probabile che il miglioramento delle tecniche diagnostiche a nostra disposizione possa portare ad un aumento del numero di diagnosi di tumore della tiroide, che verrà diagnosticato anche sempre più precocemente.

EZIOLOGIA
Il gozzo multinodulare è il risultato di un cronico e continuo stimolo da parte del TSH che induce un ingrandimento (iperplasia) della tiroide. 
David Marine, per primo, ha affermato che in seguito alla mancanza di iodio, l’ipofisi produce più TSH nel tentativo di aumentare la captazione tiroidea di iodio e di consentire un normale funzionamento della tiroide.
 In seguito alla continua stimolazione da parte del TSH, tuttavia, la tiroide può andare in contro ad iperplasia (quadro istologico di gozzo colloide) e successivamente può evolvere verso una quadro di gozzo multinodulare.
 Quando il gozzo è diventato di discrete dimensioni, infine, le capacità funzionali della tiroide possono essere così aumentate che i livelli di TSH possono risultare addirittura leggermente diminuiti.
 Alcuni studi, infatti, hanno dimostrato la presenza di bassi livelli plasmatici di TSH in pazienti con gozzo multinodulare; tale reperto può essere spiegato con l’insorgenza di autonomia funzionale da parte di alcuni noduli della tiroide.
 Quest’ultima ipotesi è confermata, inoltre, dalla relazione inversa esistente tra i livelli di TSH (dopo TRH) e le dimensioni della tiroide nel gozzo multinodulare non tossico (figura1). 
Questi studi, quindi, dimostrano che un gozzo diffuso (generato dallo stimolazione continua del TSH) può evolvere verso uno struma multinodulare in cui uno o più noduli possono successivamente autonomizzarsi sopprimendo il TSH.
I fattori causali del gozzo multinodulare possono essere divisi in:
Fattori primari:
1) Eterogeneità genetica delle normali cellule follicolari
2) Acquisizione di nuove caratteristiche in seguito a replicazione cellulare
3) Anormalità funzionali ed anatomiche del gozzo in fase di crescita
Fattori secondari:
1) Aumento del TSH:
- deficienza di iodio
- dieta ricca di sostanze gozzigene
- difetti nella sintesi degli ormoni tiroidei
2) Altri fattori stimolanti la tiroide
– EGF (fattore di crescita epidermoidale): esso sembra stimolare la crescita dei tireociti sebbene riduca contemporaneamente la captazione e l’organizzazione dello iodio.
– IGF (fattore di crescita insulino simile): è stata dimostrata un’azione sinergica con il TSH nella stimolazione della crescita cellulare, sia da parte dell’IFG1 che dell’IGF2.
– FGF (fattore di crescita dei fibroblasti): stimola, in presenza di TSH, il deposito di colloide nella tiroide.
Altre sostanze che probabilmente hanno un ruolo nello sviluppo del gozzo multinodulare sono: acetilcolina, norepinefrina, prostaglandine, VIP ed altre citochine; non è chiaro, tuttavia, l’esatto ruolo che svolgono in questo processo.
 Per completezza va aggiunto che anche alcuni farmaci come il litio o il fenilbutazone possono contribuire allo sviluppo di un gozzo.

STORIA NATURALE
Il gozzo si può evidenziare durante l’adolescenza in quanto un lieve ingrandimento della tiroide può essere dovuto alla variazione del metabolismo ormonale tipico di questo periodo.
 Successivamente il fenomeno regredisce ma in alcuni casi (soprattutto nelle donne) può persistere o divenire nuovamente evidente nella gravidanza o in altri periodi della vita.
 Questo processo, ben documentato nelle zone di endemia gozzigena, è meno evidente nei casi di gozzo sporadico.
 I pazienti con gozzo multinodulare si recano più frequentemente dal medico per il riscontro di un incremento volumetrico della tiroide in assenza di sintomi.
 Solo quando il gozzo raggiunge dimensioni maggiori può determinare dei sintomi compressivi: tosse, difficoltà a respirare (dispnea), a deglutire (disfagia), senso di peso al collo, e solo più raramente disfonia (da compressione del nervo laringeo ricorrente).
 Questo solitamente vale per il gozzo multinodulare non tossico, cioè un gozzo in cui la tiroide ha una funzione ancora nella norma.
 Nel caso in cui si sviluppi un ipertiroidismo (per lo sviluppo di aree funzionalmente autonome) o un ipotiroidismo (per il prevalere di aree fredde o per l’instaurarsi di un processo infiammatorio autoimmune) alla sintomatologia compressiva potrà aggiungersi quella dell’ipertiroidismo o dell’ipotiroidismo rispettivamente.
 Con il passare del tempo, infatti, alcuni noduli possono assumere un’autonomia funzionale ed il paziente con gozzo può passare da un eutiroidismo ad un quadro di ipertiroidismo.
 Solitamente sono necessari circa 15 anni per lo sviluppo di ipertiroidismo; pertanto, quanto più un gozzo è di vecchia data, tanto maggiore è la possibilità di sviluppare un’autonomia funzionale. 
Non è raro, infatti, che un nodulo caldo cominci a funzionare più del dovuto e, sopprimendo la secrezione ipofisaria di TSH, finisca per inibire l’attività del tessuto tiroideo residuo (figura 5).
E’ oramai appurato che lo sviluppo improvviso di ipertiroidismo in un gozzo multinodulare di lunga data può essere scatenato dall’introduzione di una eccessiva quantità di iodio.
 E’ molto più improbabile, invece, che in uno struma si sviluppi un ipotiroidismo come conseguenza di un processo autoimmune.
 Da non trascurare, invece, la possibilità di sviluppo di un carcinoma tiroideo.
 Infatti la presenza di microlesioni con caratteristiche di carcinomi è stata dimostrata nel 4-17 % di gozzi multinodulare; quasi sempre si tratta della variante di carcinoma papillare.
 Altri studi, tuttavia, hanno riportato che focolai di adenocarcinoma papillare sono riscontrabili nel ben 13% delle tiroidi asportate per qualsiasi motivo. Nonostante ciò, l’asportazione chirurgica di un gozzo multinodulare di vecchia data al fine di prevenire la diffusione della patologia maligna non è consigliata in quanto:
 a) non tutte le lesioni che soddisfano i criteri istologici di neoplasia sono effettivamente maligne
; b) è stato dimostrato che il rischio di sviluppare un carcinoma in un gozzo multinodulare non è elevatissimo
; c) l’asportazione chirurgica della tiroide presenta sempre delle complicanze e dei rischi di morbilità che vanno valutati.

CLINICA
Molti dei sintomi del gozzo sono dovuti alla presenza di una massa nel collo che comprime le strutture adiacenti.
 Ci può essere disfagia, tosse, raucedine e disfonia; quest’ultima, tuttavia, è di più raro riscontro nello struma essendo spesso secondaria all’infiltrazione del nervo laringeo ricorrente da parte di un carcinoma della tiroide. 
Evento ancora più raro è la compressione dei gangli simpatici superiori che può causare una sindrome di Horner (ptosi, miosi, enoftalmo).
 A volte un gozzo di discrete dimensioni può trascinarsi verso il basso in virtù del suo stesso peso immergendosi nella parte superiore del mediastino rendendone difficile l’individuazione all’esame obiettivo (gozzo retrosternale o gozzo immerso).
 Evento ancora più raro è il raggiungimento del mediastino inferiore e del diaframma con compressione della vena cava superiore, dell’aorta o deviazione della trachea (sindrome mediastinica).
 Va ricordato, infine, che non vi è sempre stretta relazione fra le dimensioni del gozzo e l’entità dei sintomi che, invece sono spesso legati alla sensibilità individuale dei pazienti.
 Qualora si sviluppi un ipertiroidismo, ai sintomi compressivi vanno aggiunti i sintomi dell’ipertiroidismo. I sintomi dell’ipertiroidismo sono: tachicardia, cardiopalmo, labilità emotiva, accelerata motilità intestinale e sudorazione profusa; manca l’oftalmopatia infiltrativa tipica del morbo di Basedow.
 E’ indispensabile, pertanto, differenziare un gozzo tossico da un morbo di Basedow in quanto rappresentano due entità chiaramente distinte dal punto di vista eziopatogenetico e terapeutico.

DIAGNOSI
La diagnosi di gozzo multinodulare è basata essenzialmente su:
A) Esame obiettivo: consente di palpare la tiroide e di valutarne le dimensioni, la consistenza e l’eventuale presenza di noduli.
 Una tiroide di volume aumentato con più noduli ci indirizza verso la diagnosi di gozzo multinodulare.
 L’esame obiettivo, inoltre, può essere di ausilio nell’indirizzarci verso la natura maligna di una lesione se la crescita nodulare è particolarmente rapida, se i noduli sono adesi alle altre strutture del collo o se compare un interessamento dei linfonodi laterocervicali o disfonia da infiltrazione neoplastica del nervo ricorrente.
B) Esami di laboratorio: importante è la valutazione degli ormoni tiroidei in base ai quali è possibile distinguere il gozzo non tossico (FT3, FT4, TSH nella norma), il gozzo in ipertiroidismo subclinico (FT3 e FT4 nel range di normalità ma TSH leggermente soppresso in paziente asintomatico) e il gozzo tossico (alti valori di FT3 e FT4 e TSH soppresso in paziente spesso sintomatico).
 A volte può essere anche utile ricercare la presenza di autoanticorpi antitireoglobulina (anti-TG), anti tireoperossidasi (anti-TPO), antiTSH-recettore.
 C) Ecografia: questa metodica consente una descrizione anatomica più dettagliata dello struma tiroideo. 
Il sempre crescente utilizzo dell’ecografia nello studio della patologia tiroidea ha determinato un aumento del riscontro di patologia nodulare della tiroide. Infatti lo studio ecografico effettuato in pazienti con un singolo nodulo palpabile rivela la presenza di altri noduli nel 30 % dei casi.
 L’ecografia tiroidea, infatti, può individuare anche noduli di pochi millimetri, e può descriverne le caratteristiche più importanti (dimensioni, calcificazioni, margini, elementi cistici etc.). 
Nell’iperplasia semplice la tiroide è aumentata globalmente, con aumento di tutti i diametri. La struttura parenchimale è omogenea con normale visibilità dei vasi parenchimali alla valutazione ecocolorDoppler.
 Nel gozzo, invece, sono visibili plurime formazioni nodulari (ipo, iso o iperecogene); i noduli iperecogeni sono solitamente meno frequenti (25%). I criteri ecografici di benignità dei noduli sono:
 -iso-iperecogenicità dei noduli; 
-margini regolari delimitati da un alone perferico ipoecogeno che il doppler dimostra corrispondere alla rete vascolare periferica al nodulo;
 -calcificazioni capsulari sottili a “guscio d’uovo” o intranodulari grossolane “a zolla”.
 Alcuni studi hanno dimostrato che la presenza di piccole microcalcificazioni all’interno nei noduli aumenta del 29% la probabilità che si tratti di una patologia maligna; tuttavia sono stati descritti anche noduli di grosse dimensioni con microcalcificazioni con caratteristiche di benignità.
D) Scintigrafia: consente una valutazione morfo-funzionale della tiroide.
 Si utilizzano dei radioisotopi che vengono captati dalla tiroide (iodio 123, o Tecnezio99-pertecnato); tuttavia solo lo iodio viene organificato dalla tiroide pertanto fornisce maggiori informazione sulla funzionalità tiroidea rispetto al tecnezio che, invece, fornisce prevalentemente informazioni morfologiche.
La scintigrafia permette di distinguere aree fredde (ipofunzionanti) che possono nascondere un tumore e che pertanto richiedono una successiva valutazione con agoaspirato (FNAB), ed aree calde (iperfunzionanti), solitamente benigne. Solo una piccola percentuale di noduli caldi, infatti, nasconde un carcinoma (e si tratta spesso di tumori poco aggressivi che originano, in realtà, dalla regione adiacente al nodulo caldo).
 Va tenuto in mente, tuttavia, che esiste la possibilità che un nodulo caldo alla scintigrafia con tecnezio possa apparire freddo alla scintigrafia con lo iodio.
 I principali limiti della scintigrafia sono:
a) è una metodica bidimensionale e pertanto non è completa nella valutazione morfologica dello struma multinodulare;
b) ha un valore limitato nella scelta dei candidati alla chirurgia c) non individua i noduli di piccole dimensioni.
 Rimane, tuttavia, una metodica utile per la valutazione nel tempo del gozzo multinodulare.
E) Agoaspirato (FNAB): è una semplice procedura effettuata con ago sottile per prelevare del tessuto da sottoporre ad esame citologico.
 L’esperienza dell’operatore consente di ottenere un prelievo adeguato in una alta percentuale di casi. 
L’agoaspirato è solitamente effettuato sotto guida ecografica ed è l’unico esame dirimente nel distingure la natura maligna di una lesione nodulare: il risultato dell’esame citologico, infatti, potrà essere: non diagnostico, benigno, sospetto o maligno.
 Il più importante limite dell’agoaspirato è l’inefficacia nella distinzione fra un carcinoma follicolare ed un adenoma follicolare (proliferazione follicolare o TIR3). In questi casi può essere d’aiuto la genetica molecolare ed in particolare Afirma.

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DEMENZA

 

Demenza è un termine generico per indicare oltre 50 tipi diversi di malattie, caratterizzate dalla perdita e della degenerazione delle cellule che costituiscono il nostro cervello: i neuroni.

Nelle demenze possono essere compromesse una o più specifiche funzioni del nostro cervello, come ad esempio la capacità di formulare idee (capacità ideativa), ma anche dell’orientamento o del linguaggio.

Infatti il nostro cervello che è dotato di capacità incredibili, ha molteplici funzioni, ma si tende a ritenere la perdita di memoria come il “segno” principale della demenza.

L’Alzheimer è la più conosciuta e con il 50% dei casi la forma di demenza più frequente. Questa malattia porta il nome del suo scopritore, Alois Alzheimer, che ne descrisse per la prima volta, la progressiva degenerazione delle cellule nervose nel cervello , specie nelle aree correlate alla memoria.

Le demenze sono delle malattie la cui causa non è sempre chiara, ed in alcuni casi è legata al deposito di alcune sostanze tossiche per il cervello nel tempo degli anni. Tuttavia questi processi sono presenti anche nel normale di invecchiamento. Infatti la degenerazione dei nostri neuroni è fisiologica e poiché sono cellule perenni, non siamo in grado di sostituirle. Ciò che differenzia un paziente con demenza, da uno semplicemente anziano, è la rapidità del processo, la sua entità, oltre ad avvenire “prima di quanto ci si aspetterebbe”.

Come è facile comprendere esiste un astretta correlazione tra demenza ed età. Prima dei 60 anni il rischio di demenza è estremamente basso, mentre dai 60 anni in poi raddoppia grosso modo ogni 5 anni. Dai 70 ai 79 anni le persone colpite da una forma di demenza sono circa il 5%, dagli 80 agli 89 anni sono circa il 16% e dai 90 anni in poi la malattia colpisce una persona su tre.

Tuttavia i disturbi delle demenze, possono esordire in forme molto lieve anche in soggetti giovani; in tal caso i sintomi sono molto sfumati e difficili da interpretare, ma con moderne tecniche di diagnostica per immagini oggi è possibile selezionare pazienti giovani che hanno possibilità di sviluppare la malattia franca.

Questo sforzo per una diagnosi precoce nasce dalla possibilità di nuovi farmaci che, pur non potendo guarire, sono in grado di rallentarne l’evoluzione, significativamente.

Infatti la malattia procede progressivamente con il coinvolgimento di diverse funzioni cerebrali. La medicina distingue tre fasi: un’iniziale demenza leggera si manifesta con la dimenticanza di eventi attuali o di nuove informazioni, oscillazioni dell’umore, riduzione delle facoltà di orientamento temporale e spaziale o difficoltà nella gestione della vita di tutti i giorni. In questa fase, le persone colpite necessitano solo di un aiuto puntuale. In una demenza di media gravità si presentano anche altri sintomi come paura, inquietudine, aggressività, eccessiva reattività, idee paranoiche o deliri, fughe da casa. Nell’ultima fase della malattia, la demenza grave, si hanno massiccia perdita delle facoltà intellettuali, perdita del linguaggio e una limitazione della mobilità. Le persone colpite hanno bisogno di assistenza. La perdita di alcune funzioni vitali del corpo porta infine alla morte.

Leggendo questi spunti molti tendono a preoccuparsi,poiché tutti noi siamo un po’ smemorati. Ma dov’è il limite della cosiddetta normale smemoratezza? Come si denota la demenza? Si può sospettare l’insorgere di una forma di demenza, solo quando più segni cominciano a manifestarsi ripetutamente e in maniera più acuta. È importante però che si tratti di veri e propri cambiamenti rispetto a ciò che accadeva in precedenza. Ecco alcuni tra i più tipici sintomi che possono suggerire l’inizio di una forma di malattia di demenza come per esempio l’Alzheimer.

 

  • Smemoratezza che compromette la vita di tutti i giorni

·        Difficoltà nello svolgere azioni e faccende quotidiane

·        Difficoltà nel pianificare le cose e nel risolvere i problemi

·        Problemi con la lingua

·        Difficoltà di orientamento

·        Cambiamenti della personalità e comportamento non consono

·        Mancanza di stimoli e ritiro dalla vita sociale

 

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PERCHE’ SMETTERE DI FUMARE

 

La forza di volontà  è il primo passo che vi porterà a smettere di fumare!

Gettare via le sigarette darà sicuri benefici alla vostra salute, soprattutto ai vostri polmoni, ma non solo,   potrà evitare l’insorgere di  patologie, alcune delle quali anche gravi.

Secondo l’OMS il fumo provoca circa 6,5 milioni di morti ogni anno, un dato davvero alto se si considerano le altre cause di morte.

Le sostanze contenute nelle sigarette, rappresentano ogni giorno una minaccia seria per il nostro organismo, elenchiamole:

  • LA NICOTINA  alcaloide aereo, catalogato come droga,  che stimola sostanze eccitanti del nostro cervello, che portano alla successiva esigenza di fumare di nuovo e quindi alla dipendenza alla sigaretta. Inoltre aumenta la pressione sanguigna e il battito cardiaco essendo un vasocostrittore.
  • IL CATRAME è una sostanza cancerogena  generata dalla combustione della sigaretta, che oltre a provocare l’insorgenza di tumori del polmone e del cavo orale, porta all’ingiallimento dei denti, alterazione dei sapori e irritazione delle vie respiratorie.
  • MONOSSIDO DI CARBONIO viene inalato nell’aspirare il fumo della sigaretta, si lega all’emoglobina del nostro corpo riducendo l’apporto di ossigeno, il che comporta un minor nutrimento dei nostri tessuti.
  • ADDITIVI vengono aggiunti una miriade di additivi alle sigarette, spezie, sostanze umidificanti, conservanti ecc.

 

Tutto questo provoca dei seri danni al nostro corpo…andiamo ad analizzarne solo alcuni:

  • TUMORE il fumo come ben noto, è una della cause del tumore al polmone ma non solo, provoca anche neoplasie alla laringe, all’esofago, allo stomaco, al fegato, ai reni
  • MALATTIE CARDIOVASCOLARI provoca costrizioni dei vasi sanguigni, aumentando le probabilità di infarto e ictus essendo un eccitante e un vaso costrittore
  • GRAVIDANZA chi fuma durante il periodo di gravidanza sta consapevolmente aumentando le probabilità di aborto, un eventuale ritardo della crescita del nascituro, morte in culla. Il fumo passa attraverso la placenta e può provocare in alcuni casi dei gravi difetti congeniti al bambino in grembo.-
  • PELLE Il fumo accelera l’invecchiamento della pelle, rendendola giallognola e generando delle vere e proprie rughe di espressione, soprattutto nella zona degli occhi e della bocca.
  • FERTILITA’ Il fumo danneggia anche l’apparato riproduttivo sia maschile, con la drastica diminuzione degli spermatozooi, che quello femminile invecchiando precocemente utero e ovaie.

Insomma questi sono solo una piccola parte dei danni provocati dal fumo, smettere si può ma bisogna volerlo davvero, solo così potrai sconfiggere la tua dipendenza.

 

 

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