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Qual è la differenza tra polmonite batterica e virale?

 

In inverno, la polmonite è una delle malattie più temute per l’intensità dei sintomi e la debilitazione fisica che ne consegue.

Per curarla al meglio e prevenire eventuali complicazioni bisogna prima sapere se la sua origine è batterica o virale.

Polmonite batterica

La polmonite batterica è un’infezione degli alveoli polmonari in cui i batteri arrivano in profondità provocando un accumulo di muco solido, che ostacola il passaggio dell’aria.

La polmonite batterica provoca numerosi sintomi, anche gravi, tra cui:

febbre e brividi;

tosse con catarro;

dolore al torace;

aumento del battito cardiaco;

stanchezza e inappetenza;

respirazione rumorosa.

I sintomi, se trascurati, possono dare origine a problemi secondari come la bronchite o, nei casi più gravi, la pleurite, una complicanza severa e difficile da trattare.

I batteri responsabili delle polmoniti batteriche sono principalmente lo Streptococcus pneumoniae e lo Streptococcus aureus, isolati soprattutto nel corso delle polmoniti invernali. A seguire, i batteri più coinvolti sono l’Haemofilus influenzae, la Klebsiella pneumoniae, lo Pseudomonas aeruginsa, il Mycoplasma pneumoniae e la Legionella pneumophila.

Polmoniti virali

La polmoniti virali sono meno frequenti e sono solitamente la conseguenza di infezioni banali, come l’influenza, in cui viene coinvolto l’interstizio polmonare, e non gli alveoli.

Anche i sintomi sono più lievi ma, se trascurati, possono rendere i pazienti più esposti a sovra-infezioni batteriche o malattie respiratorie come la bronchite cronica, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e l’enfisema polmonare.

Il virus influenzale è uno dei maggiori responsabili delle polmoniti virali. A seguire troviamo l’herpes simplex, il citomegalovirus, e i virus legati al raffreddore (rhinovirus, adenovirus, coronavirus

La diagnosi della polmonite batterica o polmonare prevede:

la storia del paziente;

l’anamnesi;

l’esame obiettivo;

RX torace;

le analisi di laboratorio che, tramite lo studio dell’espettorato e del sangue, permettono di stabilire la natura del batterio.

La radiografia del torace rappresenta l’esame più importante per discriminare la polmonite batterica dalle altre patologie polmonari perché permette di riconoscere l’infezione agli alveoli.

In base al referto, il medico potrebbe decidere di sottoporre il paziente ad ulteriori esami come l’ossimetria e emogasanalisi, la risonanza magnetica, la TAC al torace e la broncoscopia.

La polmonite, sia batterica che polmonare, è una patologia molto seria: per questo motivo è fondamentale, soprattutto per i pazienti a rischio, affidarsi alla terapia del medico fino a completa guarigione e non trascurare i primi sintomi

 

 

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Il virus di Epstein-Barr (EBV)

Il virus di Epstein-Barr (EBV) è il microrganismo responsabile della mononucleosi, una malattia contagiosa che colpisce soprattutto bambini e adolescenti (è spesso chiamata “malattia del bacio”, per la facilità di diffusione attraverso questo tipo di contatto).
Si stima che 95% di persone vengano contagiate dal virus di Epstein Barr prima dei 40 anni, non sempre manifestandone i relativi sintomi.
Questo virus si trova nella saliva di persone infette e può essere diffuso attraverso:
• baci,
• esposizione a tosse e starnuti,
• condivisione di tazze, bicchieri e posate non lavate correttamente,
• …
Il virus EBV può essere trovato nella saliva di chi ha avuto la malattia ancora per molti mesi a seguito della guarigione, talvolta per anni; questo succede perché il virus rimane inattivo nel corpo per il resto della vita a seguito della prima esposizione. Per la maggior parte delle persone il virus inattivo non provoca alcun sintomo, tuttavia può succedere che invece periodicamente si riattivi, tornando ad essere presente anche nella saliva. Questa riattivazione può essere asintomatica, oppure causare sintomi per un breve periodo.
Molti contagi, soprattutto in giovane età, passando del tutto inosservati e privi di sintomi, mentre in altri casi la sintomatologia può manifestarsi in modo severo.
I sintomi compaiono in genere da 4 a 6 settimane a seguito del contagio e i principali sono:
• febbre elevata,
• mal di gola, spesso descritto come il più doloroso mai avuto,
• gonfiore delle ghiandole del collo e, eventualmente, in altre parti del corpo, come ad esempio sotto le ascelle,
• affaticamento (stanchezza severa);
possono essere talvolta presenti altri sintomi, come:
• un senso generale di malessere,
• muscoli doloranti,
• brividi,
• sudorazione,
• perdita di appetito,
• dolore intorno o dietro gli occhi,
• tonsille gonfie, tanto da influenzare la respirazione,
• piccole macchie rosse o viola sul palato,
• eruzione cutanea (spesso presente in caso di somministrazione di amoxicillina),
• gonfiore intorno agli occhi,
• gonfiore addominale,
• ittero (colorazione gialla della pelle e del bianco degli occhi).
Alcuni di questi sintomi possono comparire un paio di giorni prima dei principali, descritti nel primo blocco.
La maggior parte dei sintomi di solito si risolve entro due o tre settimane. La gola normalmente rimane dolente sopratutto per i primi 3-5 giorni, mentre la febbre può persistere fino a 2 settimane o più.
La fatica è il sintomo più persistente della mononucleosi e spesso dura un paio di settimane, anche se alcune persone possono sentirsi costantemente affaticate per diversi mesi dopo la scomparsa degli altri sintomi (soprattutto quando la malattia viene contratta in età adulta).
Le complicanze associate alla mononucleosi sono rare, ma quando si verificano possono essere gravi:
• ulteriori infezioni in altre zone del corpo, compreso il cervello, fegato e polmoni;
• grave anemia (carenza dei globuli rossi, responsabili del trasporto di ossigeno);
• difficoltà respiratorie a causa delle tonsille gonfie;
• rottura della milza, che può richiedere un intervento chirurgico.
La mononucleosi viene diagnosticata basandosi sui sintomi e sui risultati degli esami del sangue, che comprendono l’emocromo completo e il test specifico per la mononucleosi.
Diagnostica di laboratorio
Sono attualmente disponibili diversi tipi e classi di esami per gli anticorpi EBV. Gli anticorpi sono proteine prodotte dall’organismo come risposta immunitaria a diversi antigeni del virus Epstein-Barr. Nel corso dell’infezione primaria da EBV, il livello degli anticorpi specifici aumenta e diminuisce, a seconda della fase in cui si trova l’infezione. La misurazione di questi anticorpi nel sangue può essere d’aiuto per la diagnosi, e di solito dà al medico informazioni utili sullo stadio in cui si trova l’infezione, e sul momento in cui l’infezione è avvenuta.

Ecco una tabella che riassume le varie interpretazioni dei risultati di quest’esame

VCA-IgM
VCA-IgG
EA-D, IgG
EBNA, IgG
Possibile interpretazione
Negativo
Negativo
Negativo
Negativo
Nessuna infezione, i sintomi hanno una causa diversa, vulnerabilità all’infezione da EBV
Positivo
Positivo
Negativo
Negativo
Prima infezione in fase iniziale
Negativo o positivo
Positivo
Positivo
Negativo
Infezione attiva (però gli anticorpi EA-D IgG possono essere rilevabili per tutta la vita nel 20% dei pazienti)
Negativo
Positivo
Negativo
Positivo
Infezione passata
Negativo
Positivo
Positivo
Positivo
Probabile riattivazione del virus

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LA VACCINAZIONE: COME, QUANDO SI ESFFETTUA E LA SUA IMPORTANZA

 

 

La vaccinazione (o immunizzazione) è un mezzo con il quale è possibile prevenire una grave malattia, questa pratica fornisce al sistema immunitario l’occasione per acquisire l’esperienza necessaria ad evocare una risposta protettiva contro un determinato microrganismo patogeno, con rischi minimi per la salute e per la vita stesso dell’individuo.

Una volta iniettato, il vaccino viene intercettato dal sistema immunitario e determina una memoria immunologica. Nel caso in cui il soggetto vaccinato venga successivamente a contatto con l’agente patogeno, le cellule deputate alla difesa lo riconoscono, lo neutralizzano ed evitano l’infezione o la malattia. La vaccinazione, quindi, insegna al sistema immunitario a difendersi rispetto ad un microrganismo infettivo che non ha mai visto prima, senza però subirne i danni.

Quali vaccinazioni sono obbligatorie in Italia?

In Italia, una serie di vaccinazioni sono considerate obbligatorie ed imposte dallo Stato per evitare epidemie di massa. Per tutti i nuovi nati, in particolare, è prevista la somministrazione del vaccino contro difteritetetanopoliomielite ed epatite virale B.

 

Cosa è cambiato dal 2017

Con il decreto legge in materia di prevenzione vaccinale per i minori da zero a 16 anni, approvato il 19/05/2017 le vaccinazioni obbligatorie e gratuite passano da quattro a dodici; oltre a quelle già viste

  • anti-poliomelitica;
  • anti-difterica;
  • anti-tetanica;
  • anti-epatite B;

si aggiunge l’obbligatorietà di vaccinazione per

 

Il ciclo delle vaccinazioni inizia di norma nel terzo mese di vita (due mesi compiuti); poiché questo è il periodo in cui il bambino comincia a produrre i propri anticorpi (nei primi mesi di vita è protetto dagli anticorpi materni). Per ottenere una efficace protezione nel tempo, è necessario rispettare quanto stabilito dal calendario vaccinale, che fissa gli intervalli di tempo nei quali è opportuno vengano somministrati i vaccini ed i successivi richiami.

Per quanto riguarda gli adulti, esistono vaccinazioni obbligatorie per determinate categorie di persone e di lavoratori più a rischio. Tra queste vi sono l’antitetanica (per sportivi, agricoltori, metalmeccanici, operatori ecologici, minatori), l’antimeningococcica, l’antitifica, l’antidifto-tetanica, l’antimorbillo-parotiterosolia (per le reclute dell’esercito) e l’antitubercolare (per il personale sanitario). Una serie di vaccinazioni, inoltre, sono obbligatorie per i viaggiatori diretti in particolari destinazioni.

Quanti tipi di vaccino esistono?

Un vaccino inattivato prevede l’utilizzo di particelle virali o batteriche complete, ma trattate chimicamente (ad esempio con formalina o agenti chelanti, come l’ossido di etilene) o fisicamente (con irradiazioni o calore), in modo che perdano qualsiasi capacità di replicazione o di causare la malattia.

Rispetto ai vaccini attenuati, presentano come principali vantaggi, la stabilità e la sicurezza, però inducono solitamente una risposta immunitaria minore e per assicurare l’immunizzazione occorre somministrare più dosi di vaccino.

Un vaccino attenuato prevede l’utilizzo di un agente infettivo vivo la cui virulenza è stata attenuata, tanto da non risultare più patogeno per l’uomo.

Questi vaccini si dimostrano, in genere, più potenti nell’indurre un’immunità protettiva rispetto ai vaccini inattivati. Un agente infettivo attenuato, infatti, è ancora capace di replicarsi, anche se entro certi limiti, in modo da mimare una vera e propria infezione.

L’agente infettivo attenuato si ottiene favorendone la crescita in linee cellulari (virus) o terreni di coltura (batteri), in modo da ridurre la sua capacità di crescita nelle cellule umane. Il principale problema di questo tipo di vaccini è che l’attenuazione può non essere stabile, quindi i microrganismi potrebbero ritornare ad essere virulenti.

I vaccini per il morbillo, la parotite, la poliomielite (vaccino di Sabin) e la febbre gialla sono costituiti da virus vivi e attenuati.

Quindi perché è importante vaccinarsi?

Alcune malattie infettive, come ad esempio la poliomielite, nel nostro Paese sono completamente scomparse per effetto della vaccinazione, altre sono vicine all’eliminazione, come la difterite, il morbillo, e la rosolia. Per raggiungere e mantenere il successo delle vaccinazioni bisogna vaccinare il più alto numero di persone possibile. Senza prestare questa attenzione, riemerge il rischio di alcune malattie. . Nessun vaccino, infatti, ha un’efficacia del 100%, ma se la percentuale di persone vaccinate supera una certa soglia, vicina a questa percentuale, l’agente infettivo non può più circolareQuesto fenomeno in inglese si definisce herd immunity che in italiano è spesso detto immunità di gregge.

 

 

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Aria di Primavera e Allergie in vista

La rinite allergica è un’infiammazione delle mucose nasali che si verifica quando il sistema immunitario reagisce in modo eccessivo ad alcuni allergeni inalati. Un allergene è una sostanza solitamente innocua per la maggior parte delle persone, ma che in alcuni individui, chiamati soggetti atopici, è in grado di produrre manifestazioni allergiche di varia natura, tra cui la rinite allergica.

Tra i più comuni allergeni presenti in natura vi sono

Pollini: Piccole particelle di polline prodotto da alberi ed erba sono una tra le cause più comuni di rinite allergica. La maggior parte degli alberi impollina da inizio a metà primavera, mentre le erbe impollinano alla fine della primavera e all’inizio dell’estate. Dunque, se un soggetto è allergico ai pollini, soffrirà di rinite allergica solamente durante la stagione primaverile e a inizio estate
Acari della polvere (piccoli parassiti che si nutrono della cute desquamata umana): Possono trovarsi comunemente in materassi, tappeti, mobili, cuscini e lenzuola. La rinite allergica non è causata dagli acari della polvere di per sé, ma da una sostanza chimica che si trova nei loro escrementi. Gli acari della polvere sono presenti tutto l’anno, anche se il loro numero tende ad aumentare durante l’inverno.
Spore prodotte da funghi, come la muffa.
Animali: Molte persone sono allergiche agli animali, soprattutto cani e gatti. Al contrario di quello che si pensa comunemente, la reazione allergica è causata solo in una piccola parte dal pelo animale, mentre il più delle volte l’allergene è rappresentato da pelle morta desquamata dell’animale che, seccandosi, può essere inalata dall’ambiente. Sebbene cani e gatti siano i responsabili più comuni, alcune persone sono allergiche ai cavalli, bovini, conigli e roditori. Stare vicino ai cani fin dai primi anni di vita può aiutare a proteggere dalle allergie per gli animali. Diversi studi confermano questa teoria, in particolare se si tratta di gatti

Quando gli allergeni sono i pollini, la rinite allergica si manifesta tipicamente durante periodi specifici dell’anno legati alla fioritura, soprattutto in primavera.

SINTOMI PIUCOMUNI

rinorrea (secrezione nasale eccessiva, ossia naso che cola),
prurito al naso e agli occhi,
attacchi di starnuti,
congestione nasale
gonfiore ed eritema congiuntivale,
gonfiore palpebrale (comparsa di occhiaie particolarmente marcate),
versamento dell’orecchio medio che può causare ipoacusia,
fotofobia (sensazione di fastidio alla luce)
irritabilità,
spossatezza,
disturbo del sonno

DIAGNOSI

Nei casi dubbi, possono essere aggiunti al Prick testalcuni esami del sangue, tra cui i più importanti sono

Prist test: valutazione del titolo anticorpale delle IgEsieriche totali, che nei soggetti affetti da rinite allergica è aumentato.
Rast test: test radioimmunologico per individuare IgE specifiche per specifici allergeni noti o sospetti.

 

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Fibromialgia cosa è e come riconoscerla

 

 

La fibromialgia è una sindrome con sintomi multipli che possono manifestarsi insieme, tra cui dolori diffusi, diminuzione della soglia del dolore, stanchezza invalidante ed ansia. La causa che provoca questa condizione non è ancora nota, ma è stato evidenziato il coinvolgimento di particolari alterazioni della neurotrasmissione, che inducono un’errata interpretazione degli stimoli dolorosi.
I medici formulano la diagnosi avvalendosi delle informazioni ottenute con:
• Storia clinica dei pazienti;
• Sintomi auto-riferiti;
• Esame fisico completo;
• Valutazione manuale dei punti sensibili (tender points).
In genere la fibromialgia si sviluppa progressivamente con:
• Una riduzione della funzione muscolare;
• Uno stato di dolore o di disagio;
• Una limitazione non giustificata, dal punto di vista clinico e funzionale, nell’esecuzione del movimento.
Oggi, la diagnosi si basa su una valutazione più complessiva del paziente.
Nella pratica generale i criteri diagnostici più recenti includono la valutazione di:
• Dolore diffuso della durata di almeno tre mesi;
• Sintomi correlati, come l’astenia, i disturbi del sonno e i disturbi dell’umore;
• Condizioni di stress;
• Nessuna altra condizione di fondo che potrebbe essere causa del dolore;
• Analisi del sangue e altre prove di laboratorio, per escludere condizioni patologiche con un quadro clinico simile.
Prove di laboratorio
Non esistono prove di laboratorio specifiche che confermino la diagnosi di fibromialgia, ma il medico può decidere di approfondire la definizione clinica del disturbo con alcune indagini che permettano di escludere altre condizioni dai sintomi simili.
Queste condizioni includono:
• Insufficienza di vitamina D;
• Ipotiroidismo (bassi livelli di ormoni per ipoattività della ghiandola tiroidea);
• Malattie delle paratiroidi (che influenzano il livello di calcio nel sangue, esempio: iperparatiroidismo);
• Malattie muscolari, come ad esempio la polimiosite;
• Ipercalcemia (livelli eccessivi di calcio nel sangue);
• Malattie infettive come l’epatite e l’AIDS.;
• Malattie e deformazioni ossee (esempio: morbo di Paget);
• Neoplasie.
Gli esami del sangue possono, quindi, includere:
 Esame emocromocitometrico completo;
 Test di funzionalità tiroidea (TSH, FT4) e livello di calcio nel sangue;
 VES (velocità di eritrosedimentazione), PCR (Proteina C-reattiva), ANA test (anticorpi antinucleo), fattore reumatoide (RF);
 Creatinfosfochinasi (CPK);
 Fosfatasi alcalina (ALP);
 Transaminasi, anticorpi anti-EBV e anti-HCV;

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PREVENZIONE TUMORI AL SENO

TUMORE AL SENO

Si sono riscontrati otre 400mila casi solo in Italia con un’incidenza di 45mila casi all’anno.

In Campania si stimano 4.040 casi per il 2014 con un’incidenza di 104 nuovi casi ogni 100000 donne.

Possono essere benigni o maligni (cancro)

I tumori benigni:

-solitamente non sono dannosi

-raramente invadono i tessuti circostanti

-non si diffondono ad altre parti del corpo

-possono essere rimossi e solitamente non si riformano

I tumori maligni:

-possono essere mortali

-possono invadere organi e tessuti circostanti

-possono diffondersi ad altre parti del corpo

-possono essere rimossi, ma a volte si riformano

FATTORI DI RISCHIO

Nonostante gli studi abbiano mostrato che la probabilità di essere colpiti dal cancro al seno si aggira intorno al 13%, questa probabilità può aumentare o diminuire da un individuo a un altro: il rischio individuale è influenzato da molti fattori diversi, come la storia della famiglia, la storia riproduttiva , lo stile di vita, l’ambiente in cui si vive e tanti altri fattori.

Capire la natura del nodulo sospetto il prima possibile è fondamentale per il buon esito delle cure, infatti se il tumore viene identificato allo stadio 0, la sopravvivenza a cinque anni nelle donne trattate, è del 98%

 

 

 

 

LE ANALISI DEL SANGUE DA EFFETTUARE PER DIAGNOSI CANCRO AL SENO

– rilevare i livelli dei globuli rossi, piastrine e globuli bianchi

– rilevare i livelli di alcune molecole – chiamate marker (marcatori o indicatori): sono prodotte dalle cellule tumorali o, più raramente, dall’organismo in risposta al tumore. Possono stabilire la presenza e il tipo di neoplasia e anche la sua aggressività. Si usano soprattutto per seguire l’andamento della malattia nella fase post-operatoria e nei controlli. Uno dei marker del carcinoma mammario è il cancro antigene 15-3 (CA 15-3), i cui valori normali sono inferiori a 30 U/ml (unità per millilitro).

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COSA E’ LA PROSTATA? DA QUALI PROBLEMI PUO’ ESSERE COLPITA E COSA FARE PER DIAGNOSTICARLI.

COSA E’ LA PROSTATA? DA QUALI PROBLEMI PUO’ ESSERE COLPITA E COSA FARE PER DIAGNOSTICARLI.

La prostata è una ghiandola che fa parte dell’apparato uro-genitale maschile. Possiamo immaginarla come una sorta di imbuto rovesciato più o meno delle dimensioni di una castagna, divisa al centro dall’uretra – il tubicino che permette all’urina contenuta nella vescica di essere convogliata verso l’esterno –  che la attraversa in verticale per poi proseguire lungo tutto il pene. La ghiandola prostatica si trova quindi proprio tra la vescica, che la sovrasta, e il pene, che la segue, mentre l’intestino retto si trova nella parte retrostante. Inglobando in sé una parte di uretra (che infatti viene definita prostatica), questa ghiandola importantissima per la funzione riproduttiva dell’uomo, incorpora la porzione terminale del dotto deferente che a sua volta si fonde nei dotti eiaculatori di destra e di sinistra.

 

PATOLOGIE PRINCIPALI

Le patologie che colpiscono la prostata hanno gradi diversi di gravità. Di seguito saranno presentate dalla più innocua a quella più grave.

Iperplasia prostatica benigna (BPH): negli uomini over 50-60 può verificarsi un ingrossamento della ghiandola prostatica, condizione in grado di ostacolare l’atto della minzione. Tra i sintomi ci sono il dolore mentre si urina, ma soprattutto uno stimolo urgente e frequente alla minzione, un campanello d’allarme da non trascurare, specialmente se si verifica durante la notte (nicturia) costringendo chi ne soffre ad alzarsi più volte per andare in bagno. L’iperplasia (o ipertrofia) prostatica benigna, definita anche adenoma prostatico, si cura con i farmaci (Alfa bloccanti per rilassare la muscolatura della prostata o inibitori dell’alfa reduttasi per abbassare i livelli di testosterone sì da migliorare la capacità di contrarsi della ghiandola e facilitare il passaggio del flusso urinario), o, qualora necessario, con la chirurgia.

Prostatite:come intuibile dalla parola, si tratta dell’infiammazione della ghiandola prostatica, che a sua volta può avere cause diverse. Spesso è originata da germi infettivi (tipicamente batteri) e quindi curata con antibiotici. Altre possibili cause sono traumi alla zona pelvica, o danni ai nervi del tratto urinario. È più comune negli uomini over 50 e purtroppo presenta un alto rischio di recidive. I sintomi principali di questa infiammazione sono:

  • Dolore o bruciore durante la minzione (disuria)
  • Sensazione di non riuscire a svuotare completamente la vescica
  • Stimolo alla minzione più frequente del normale, soprattutto durante la notte
  • Urine torbide e maleodoranti, talvolta con tracce di sangue (ematuria)
  • Dolore al basso ventre o nella zona perineale (situata tra il retto e lo scroto)
  • Dolore durante l’eiaculazione

Cancro della prostata: si tratta del tumore maligno che colpisce con maggior incidenza gli uomini, un po’ come il tumore al seno per le donne. Fortunatamente, però, il carcinoma prostatico si può curare molto bene soprattutto se scoperto in fase precoce. A tal proposito, però, occorre precisare che questo tipo di neoplasia in stadio iniziale è praticamente asintomatica, questa è la ragione per cui è cruciale, per gli uomini over 50, effettuare regolari controlli e i test ematici consigliati che a breve vedremo, per scoprire anche in assenza di sintomi un cancro prostatico ai suoi esordi. Vediamo comunque i sintomi che questa neoplasia può determinare, e quindi quando è il caso di preoccuparsi:

  • Stimolo frequente e impellente ad urinare, soprattutto di notte (nicturia)
  • Difficoltà a controllare lo stimolo alla minzione, con effetti di incontinenza
  • A volte il getto di urina appare debole, oppure si interrompe durante l’atto
  • Dolore o bruciore quando si urina
  • Disfunzione erettile
  • Dolore durante l’eiaculazione e volume spermatico scarso
  • Sangue o liquido seminale nelle urine
  • Dolore al basso ventre o alla zona lombare della schiena

ESAMI DA FARE:

 

Preservare la salute della prostata significa necessariamente sottoporsi a regolari controlli, specialmente dopo la mezza età. Vediamo quali sono i test e gli esami consigliati per individuare tempestivamente eventuali anomalie, disfunzioni o patologie vere e proprie che possono colpire questa importante ghiandolina:

  • PSA (Antigene prostatico specifico): è un esame del sangue che va a rilevare i livelli di una proteina prodotta unicamente dalla prostata. I livelli normali vanno da 0,0 a 4.0 ng/ml (nanogrammi per millilitro di sangue), ma possono aumentare per diverse cause, tra cui tumori, iperplasia prostatica benigna, e prostatite
  • PSA libero. Nel sangue la proteina PSA si trova normalmente sotto forma di composti, quindi legata ad altre sostanze, non “libera” se non in minime concentrazioni. Tuttavia, in presenza di un tumore maligno, questi valori scendono ancora di più. Per tale ragione, quando il test PSA fornisce dati “sospetti”, ovvero livelli molto alti della proteina nel sangue, il medico prescrive anche il dosaggio del PSA libero che verrà rapportato all’altro. I valori normali, quindi non patologici, sono i seguenti: PSA libero/PSA totale maggiore di 0,20%. Valori inferiori a questa percentuale possono indicare la presenza di un cancro, valori superiori, invece, una iperplasia prostatica benigna
  • Esplorazione digito-rettale (DRE): il medico andrologo o l’urologo controllano manualmente le condizioni della prostata introducendo un dito attraverso il retto. Questa esplorazione permette di scoprire un ingrossamento, la presenza di noduli o una prostatite
  • Ecografia prostatica transrettale. Esame ecografico che permette di valutare la morfologia della prostata e quindi di rilevare una dilatazione o eventuali neoformazioni.
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HPV – Papillomavirus

L’HPV: che cosa è? come si contrae e che rischi comporta?

 

L’HPV, o Human Papilloma Virusè un virus che infetta pelle e mucose, nello specifico in zone come vulva, cervice, vagina, ano ma anche gola e bocca. Ne esistono circa 150 tipologie differenti, che generalmente il nostro sistema immunitario riesce a combattere, e di cui 30 sono sessualmente trasmissibili.
Tra queste, circa 12 tipologie di HPV sono definite a “basso rischio” (i più comuni sono HPV6 e HPV11) e sono spesso causa dei condilomi, delle escrescenze molli di pelle che compaiono nelle zone genitali sia maschili che femminili. I condilomi appaiono proprio quando il nostro sistema immunitario non riesce a fronteggiare da solo il virus, e ci avverte tramite queste escrescenze che, nella maggior parte, dei casi scompaiono da sole, altrimenti necessitano di un trattamento adeguato.
Esistono poi circa 15 tipologie di HPV ritenute ad “alto rischio,due delle quali (HPV 16 e 18) si sono rivelate i principali responsabili dell’evoluzione tumorale dell’infezione a differenza dei ceppi a basso rischio, che provocano tipicamente lesioni genitali a minor rischio di trasformazione maligna.

Il tumore della cervice uterina oggi e’ l’unica forma di neoplasia riconosciuta come totalmente riconducibile a un’infezione. Il virus Hpv è implicato inoltre nella patogenesi di altri tumori in sede genitale (vulva, vagina, ano, pene) ed extragenitale (cavità orale, faringe).

L’infezione si manifesta tipicamente con la comparsa di verruchein sede genitale su cervice uterina, vulva, vagina, perineo o ano, oppure extragenitale a livello di naso, bocca o laringe.

Trasmissione del papilloma virus: quali sono le cause del contagio da HPV

Il papilloma virus si trasmette per lo più tramite rapporti sessuali completi, motivo per cui le donne vergini, a cui può essere somministrato il vaccino con più efficacia, sono meno soggette al papilloma virus. É stata teorizzata la possibilità che il contagio avvenga anche tramite lo scambio di biancheria intima infetta e nel momento del parto, ma ad oggi non ci sono dati a supporto. La trasmissione dell’HPV avviene generalmente per rapporti sessuali di natura:
genitale-genitale
-ano-genitale
-oro-genitali
-oro-anali
-manuali-genitali
-contatto dei genitali esterni
I rapporti più a rischio sono quelli genitali-genitali e ano genitali, negli altri le possibilità di contrarre il virus sono lievemente ridotte. Tra i vari metodi contraccettivi, il preservativo protegge solo in parte dal contagio perché è stato studiato che la trasmissione del virus può avvenire anche dall’asta del pene, dal perineo o dall’inguine. É comunque importante usare il preservativo, sia per l’HPV, sia per altre malattie sessualmente trasmissibili.

Sintomi

Occasionalmente queste lesioni possono manifestarsi come escrescenze grandi anche qualche centimetro dall’aspetto simile alla cresta di un gallo, in questi casi si parla di condilomi acuminati. Spesso innocui, in alcuni casi le verruche e i condilomi possono provocare pruritofastidio e dolore di lieve entità. La presenza di condilomi o verruche è comune e non dev’essere associata a un maggiore rischio di insorgenza tumorale.

Per quanto riguarda i sierotipi ad alto rischio: le infezioni sostenute da questi virus danno luogo a manifestazioni subcliniche, non identificabili ad occhio nudo ma apprezzabili attraverso esami specifici. I sintomi del tumore al collo dell’utero possono essere del tutto assenti, oppure così lievi e sfumati da passare completamente inosservati.

Mano a mano che il cancro alla cervice uterina progredisce, e le possibilità di cura diminuiscono, possono comparire i tipici sintomi della malattia: sanguinamenti dopo un rapporto sessuale e leggero dolore durante lo stesso, perdite vaginali acquose o sanguinolente, talvolta di odore sgradevole, dolore alla regione pelvica, sanguinamenti vaginali al di fuori del periodo mestruale o dopo la menopausa.

Anche le altre formi tumorali correlate all’infezione da Hpvpossono svilupparsi in assenza di segni o sintomi, che insorgono tipicamente solo quando raggiungono uno stadio avanzato difficile da trattare.

 

Diagnosi

La strategia di base per l’individuazione precoce delle lesioni da Hpv (prevenzione secondaria) sono i programmi di screening (con Pap-Test o Hpv-Test). Lo strumento di diagnosi e di prevenzione ad oggi più utilizzato consiste nel Pap-Test.

 

Vaccino papilloma virus: chi può farlo e effetti collaterali annessi

Il vaccino per il papilloma virus non è adatto a tutte le donne perché è stato rilevato che si dimostra efficace maggiormente sulle donne che non sono estate mai esposte ad alcun rischio, quindi che non abbiano mai avuto alcun tipo di rapporto sessuale. Ad oggi, in realtà, esistono solo due tipologie di vaccini per il papilloma virus: il Gardasil e il Cervarix, entrambi contro il tumore del collo dell’utero. Nello specifico, il Gardasil è più efficace per le due tipologie di HPV ritenute a “basso rischio”, ovvero l’HPV6 e 11, mentre il Cevarix protegge dai virus HPV16 e 18, che causano il 70% dei tumori al collo dell’utero. Il problema è che non è dimostrato che questi vaccini siano efficaci sulle infezioni da HPV già contratte.

 

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Infezioni Urinarie

LE INFEZIONI URINARIE: COSA SONO, COSA LE CAUSA E COME RISCONTRARLE

Le infezioni urinarie sono le infezioni a carico delle strutture anatomiche che formano il cosiddetto apparato urinario, cioè: reniureterivescica e uretra.
Nel definire le varie infezioni urinarie, i medici parlano di uretrite quando l’infezione urinaria è limitata all’uretra, di cistite quando il processo infettivo interessa la vescica, di ureterite quando l’infezione ha sede in uno degli ureteri e di pielonefrite quando l’infezione riguarda uno dei reni .

SINTOMI GENERALI
– disuria

bisogno impellente di urinare

dolore al basso addome

-necessità di urinare spesso

-produzione di urina maleodorante e torbida

incapacità di svuotamento completo della vescica

-febbre (in caso di infezione acuta)

 

CAUSE

Un’infezione urinaria trae origine nel momento in cui una colonia di agenti patogeni in genere batteri, più raramente funghi e virus – invade in modo massiccio l’uretra e, da qui, comincia a risalire verso la vescica e i distretti successivi dell’apparato urinario.

 

QUALI SONO GLI AGENTI PATOGENI PIÙ COMUNI DELLE INFEZIONI URINARIE?

Le infezioni urinarie acquisite in ambiente comunitario sono dovute a: il batterio Escherichia coli (o E. coli), nell’80-85% dei casi; il batterio Staphylococcus saprophyticus, nel 5-10% dei casi; infine, a un fungo o un virus, nella percentuale che rimane.
Per quanto concerne invece le infezioni urinarie acquisite in ambiente sanitario, la situazione è ben diversa; infatti, queste infezioni dipendono da: Escherichia coli, in un 27% dei casi; il batterio Klebsiella, in un 11% dei casi; il batterio Pseudomonas, in un altro 11% dei casi; il fungo Candida albicans, in un 9% dei casi; il batterio Enterococcus, in un 7% dei casi; infine, batteri e funghi diversi dai precedenti, nella percentuale rimanente.

Parliamo in particolare della cistite…

La cistite è una fastidiosa infiammazione (flogosi) della mucosa vescicale. Colpisce prevalentemente il sesso femminile e spesso si accompagna ad un bisogno continuo e doloroso di urinare.

Il processo infiammatorio a carico della vescica può essere acuto, subacuto o cronico.

L’infiammazione è causata da batteri che popolano l’ultimo tratto dell’intestino, fra cui in prima linea il colibacillo, o da altri patogeni. Tali germi possono raggiungere la vescica dall’esterno, passando attraverso l’uretra, o dall’interno per propagazione da organi vicini, o ancora per via ematica.
La cistite insorge talvolta senza sintomi o cause evidenti, altre volte è secondaria a pratiche anticoncezionali o a rapporti sessuali.

DIAGNOSI INFEZIONI URINARIE

La diagnosi è basata, oltre che sull’analisi dei sintomi riportati dal paziente, sull’ esame specifico delle urine. Un livello di contaminazione vescicale minimo, fino a 10.000 colonie per ml, è considerato normale. Una concentrazione superiore a 100.000/ml potrebbe essere la conseguenza di un’infezione batterica in corso (come ad esempio la cistite), a condizione che l’analisi sia stata eseguita sulle urine intermedie e con una tecnica procedurale adeguata. Si parla in questi casi di batteriuria.

Rilevata una concentrazione batterica anomala si procede con l’urinocultura e l’antibiogramma, un esame necessario per testare la sensibilità della colonia batterica ai vari antibiotici.


Se da queste procedure diagnostiche emerge la necessità di approfondire ulteriormente la situazione, risultano utili (se non indispensabili) anche un esame di imaging (es: uro-TACrisonanza magnetica dell’apparato urinario e/o ecografia dei reni) e la cistoscopia.

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Il Colesterolo

IL COLESTEROLO: CHE COSA E, PERCHE’ E’ IMPORTANTE DOSARLO?

Il colesterolo è un grasso che deriva sia dall’alimentazione che dalla sintesi endogena.

Gli alimenti ad alto contenuto di colesterolo sono quelli di origine animale, generalmente ricchi di grassi saturi come uova, burro, carni, salumi, formaggi ed alcuni crostacei.

Circa l’80-90% del colesterolo totale viene prodotto autonomamente dal nostro organismo, soprattutto dal fegato, ma anche dal surrene e dalle ghiandole sessuali.

La sua funzione è legata alla sintesi di alcuni ormoni, della vitamina D ed è un costituente della membrana cellulare. Mantenere valori normali di colesterolo è fondamentale per prevenire malattie cardiovascolari.


Qualunque sia la sua origine, l’ipercolesterolemia è caratterizzata da una concentrazione di colesterolo nel sangue (colesterolemia) superiore al valore normale.

<200 mg/dl

Colesterolemia normale

200-249 mg/dl

Ipercolesterolemia lieve

250-299 mg/dl 

Ipercolesterolemia moderata

>299 mg/dl 

Ipercolesterolemia grave

COLESTEROLO BUONO E CATTIVO

Essendo il colesterolo un lipide, è scarsamente solubile in acqua e per essere trasportato nel torrente circolatorio necessita, pertanto, di legarsi a specifiche lipoproteine. Il colesterolo si lega soprattutto alle lipoproteine a bassa densità o LDL (il cosiddetto colesterolo cattivo). Si calcola infatti che circa il 60-80% del colesterolo totale sia legato alle LDL.

Il colesterolo in eccesso legato a tali lipoproteine tende ad accumularsi sull’endotelio delle arterie, formando aggregati sempre più densi fino a generare delle vere e proprie placche, dette ateromi.

Queste placche fanno perdere la naturale elasticità delle arterie e possono causare gravi danni soprattutto al cuore (infarto) o al cervello (ictus).

Il colesterolo buono è invece rappresentato dalle HDL (lipoproteine ad alta densità) che ripuliscono le arterie catturando il colesterolo in eccesso e trasferendolo ai tessuti (soprattutto al fegato), dove viene smaltito.

Più è alto il livello di HDL nel sangue e minore sarà il rischio di sviluppare l’aterosclerosi e tutte le altre conseguenze negative dell’ipercolesterolemia.

QUALI ANALISI EFFETTUARE E PERCHE’

La misura dei livelli di colesterolo nel sangue (colesterolemia) è uno degli esami che vengono prescritti con maggiore frequenza per valutare lo stato di del sistema circolatorio di una persona.

Il colesterolo totale esprime la quantità complessiva di colesterolo contenuto nelle varie lipoproteine (LDL + VLDL + HDL). Si considera normale un valore inferiore ai 200 mg/dl di sangue.
Oltre alla colesterolemia totale, è importante misurare anche la quantità dei due tipi principali di colesterolo, ossia le frazioni LDL e HDL (il valore ideale di HDL è uguale o maggiore di 50 mg/dl di sangue: più ce n’è in circolo, più il rischio di disturbi circolatori si riduce)
Il rapporto tra il valore del colesterolo totale e quello dell’HDL indica, poi, il rischio di eventi cardiovascolari che una persona corre. Il numero che si ottiene dovrebbe essere inferiore a 5 per l’uomo e a 4,5 per la donna.
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L’IMPORTANZA DI UN CHECK UP CARDIOLOGICO PER PREVENIRE E/O DIAGNOSTICARE IN TEMPO LE PATOLOGIE DEL CUORE

Il cuore è l’organo vitale più importante del nostro corpo o, come viene definito da molti, il motore della vita. Sono molte le patologie che possono colpire il muscolo cardiaco così come anche altre aree dell’apparato cardiocircolatorio, causando problemi e alterando la qualità della vita. Inoltre è bene ricordare che per il cuore aumenta il rischio con l’avanzare dell’età e nel caso in cui si adottino alcune abitudini di vita (fumo, obesità).
 
Per questo è fondamentale averne cura seguendo appositi percorsi dedicati alla prevenzione e alla diagnosi precoce come il Check up cardiologico, uno screening completo composto da visite ed esami che verificano le funzionalità dell’apparato cardiocircolatorio.


Quando e chi è più interessato a effettuare controlli cardiaci?


E’consigliato agli uomini che hanno compiuto 40 anni e alla donne che ne hanno 50. E’ rivolto in particolare a persone che presentano fattori di rischio come: diabete, ipertensione arteriosa, dislipidemia, dipendenza da fumo, obesità, esposizione a forti fattori di stress, menopausa e omocistinemia.
 

Alcuni dei principali campanelli d’allarme:

-senso di oppressione al centro del petto;

-mancanza di fiato (dispnea) soprattutto quando si assume una posizione distesa;

-battiti del cuore accelerati (soprattutto quando il battito aumenta spesso, all’improvviso e senza motivo);

-sbalzi della pressione arteriosa che possono provocare mal di testa improvvisi;

 Il check up mira allo studio e diagnosi delle patologie cardiovascolari:

Ipertensione Arteriosa
Cardiopatia ischemica
Scompenso Cardiaco
Miocardiopatie

 In genere un percorso di prevenzione cardiologica completo comprende:

Esami di laboratorio ad ampio spettro(dosaggi di Troponina, CK-MB, Mioglobina, Proteina C Reattiva, BNP, Fibrinogeno, Emogasanalasi, Elettroliti, Emocromo completo)
Elettrocardiogramma a riposo
Visita internistica  
Ecocardiogramma (fondamentale in tutti i casi in cui si vuole approfondire un sintomo, la dispnea per esempio o un segno, soffio cardiaco o aumento delle dimensioni delle camere cardiache)
Eco-color-doppler dei tronchi sovraortici e dei grossi vasi addominali
Eco-color-doppler arterioso arti inferiori
Ecografia addominale completa
Ecografia della tiroide
Visita cardiologica
Test da sforzo (soprattutto in presenza di dolore toracico)
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Sclerosi Multipla

La sclerosi multipla è una malattia neurodegenerativa demielinizzantecioè con lesioni a carico del sistema nervoso centrale

Nella sclerosi multipla si verificano un danno e una perdita di mielina in più aree (da cui il nome «multipla») del sistema nervoso centrale. Numerose evidenze sia cliniche che sperimentali indicano che alla base della SM vi è una reazione del sistema immunitario che scatena un attacco contro la mielina. Tale attacco consiste in un processo infiammatorio che colpisce aree circoscritte del sistema nervoso centrale e provoca la distruzione della mielina e delle cellule specializzate, gli oligodendrociti, che la producono. Queste aree di perdita di mielina (o «demielinizzazione») dette anche “placche”, possono essere disseminate ovunque negli emisferi cerebrali, con predilezione per i nervi ottici, il cervelletto e il midollo spinale.

CAUSE E SOGGETTI A RISCHIO

Gli studiosi ritengono che la sclerosi multipla sia una malattia multifattoriale, cioè causata da vari fattori. Tra i fattori ritenuti determinanti nella patogenesi della malattia, vi sono il sesso (è più frequente nel sesso femminile), l’etnia (è più frequente nella razza caucasica), l‘ambiente (è più frequente nel Paesi con clima freddo). In Europa, ad esempio, l’incidenza della sclerosi multipla aumenta da sud verso nord.
La sclerosi multipla non è ereditaria, nel senso che non viene trasmessa geneticamente ai figli. Tuttavia, esiste una predisposizione genetica in quanto vi sono studi che hanno evidenziato come figli di genitori con sclerosi multipla o parenti stretti di persone con sclerosi multipla abbiano una maggiore probabilità di sviluppare questa patologia.
Alcune ricerche suggeriscono, inoltre, che l’esposizione ad alcuni virus possa stimolare il sistema immunitario e favorire l’insorgenza della sclerosi multipla.

Chiunque può ammalarsi di sclerosi multipla, ma è più frequente che ciò avvenga tra i 20 e 50 anni di età. Nelle donne la probabilità è doppia rispetto agli uomini. Nel mondo, si contano circa 2,5-3 milioni di persone con sclerosi multipla, di cui 450.000 in Europa e circa 65.000 in Italia.

La sclerosi multipla è una patologia che si manifesta in modo diverso in ogni individuo. La malattia può rimanere clinicamente silente e non essere diagnosticata per anni. Vi sono persone che, dopo la diagnosi, possono rimanere per anni senza recidive, quindi senza progressione della disabilità, mentre altre possono manifestare episodi acuti ravvicinati o una rapida progressione della malattia.

Diagnosticare la sclerosi multipla e iniziare il più presto possibile la cura è il modo migliore per gestire la malattia. Oggi sono disponibili numerosi trattamenti, approvati dalle autorità sanitarie, che modificano il decorso della malattia e aiutano a controllarne i sintomi.

 

• Sintomi più comuni
I sintomi più frequenti nella SM sono: fatica, disturbi della sensibilità, disturbi visivi, dolore, disturbi sessuali, spasticità, disturbi vescicali, disturbi intestinali, disturbi cognitivi, depressione, disturbi della coordinazione (atassia, tremore), disturbi del linguaggio (disartria), disturbi parossistici.

 

• Sintomi meno comuni
Questi sintomi si verificano con una frequenza minore rispetto ai sintomi comuni. Nonostante ciò il loro trattamento e la loro gestione è estremamente importante ai fini di assicurare una buona qualità di vita.
Disturbi della deglutizione, cefalea, perdita dell’udito, epilessia, problemi respiratori.

Al momento non è disponibile un singolo test in grado di confermare in modo certo e indiscutibile la diagnosi di SM. La diagnosi viene formulata dal medico sulla base di questi elementi:

1. Sintomi riferiti dal paziente
2. Esame neurologico
3. Analisi strumentali (RM- potenziali evocati)
4. Analisi biologiche (sangue e liquido cerebrospinale)

 

ESAMI DEL SANGUE CONSIGLIATI

Non esistono esami del sangue specifici per la diagnosi della SM. Tuttavia, dopo l’esame obiettivo e aver ottenuto l’anamnesi del paziente, si può prescrivere una serie di analisi del sangue nell’ottica di una diagnosi differenziale, cioè mirata ad escludere la presenza di malattie i cui sintomi potrebbero essere sovrapponibili a quelli della SM. Tra questi abbiamo:

-Dosaggio anticorpi anti-nucleo

-Test degli indici infiammatori (malattie del connettivo)

-Dosaggio vitamina B12 (per le sindromi carenziali)

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